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Livello 1: Le basi: dal vigneto al bicchiere · capitolo 5 di 7

Come si degusta un vino

Degustare vuol dire guardare, annusare e assaggiare con un ordine preciso, mettendo in parole quello che si sente. È un’abilità che si allena: ecco il metodo, gli errori tipici e due esercizi da fare a casa.

Prima di cominciare

Serve poco: un calice a tulipano, trasparente e senza decorazioni, riempito per un terzo o poco meno, un foglio bianco come sfondo e un ambiente senza odori forti. Meglio evitare profumo, caffè e dentifricio appena prima. Si tiene il calice per lo stelo, così la mano non scalda il vino e non sporca il vetro.

La regola più utile è l’ordine: prima la vista, poi l’olfatto, infine il gusto. Ogni fase prepara la successiva e qualche volta la conferma. Un colore che vira all’arancio, per esempio, fa già aspettare profumi di frutta secca più che di frutta fresca.

La vista: limpidezza, colore, consistenza

  • Limpidezza: si guarda il vino controluce. Oggi quasi tutti i vini sono limpidi; una leggera velatura può essere voluta, per esempio in un vino non filtrato o rifermentato in bottiglia.
  • Colore: si inclina il calice sul foglio bianco e si osservano la tonalità e l’intensità, soprattutto verso il bordo. Nei bianchi il colore va di solito dal giallo verdolino all’ambra man mano che il vino invecchia; nei rossi dal porpora al granato e all’aranciato.
  • Consistenza: si fa ruotare il vino e si guardano le gocce che scendono lungo il vetro, chiamate archetti o lacrime. Più sono fitte e lente, più il vino è ricco di alcol, glicerina o zucchero. Non sono un indice di qualità.
  • Le bollicine: negli spumanti si valutano la grana, cioè quanto sono fini, il numero e la durata. Il calice deve essere pulito e senza residui di detersivo, che le spengono.

L’olfatto: annusare in due tempi

Il primo naso si fa a calice fermo: arrivano le sostanze più volatili. Poi si fa ruotare il vino e si annusa di nuovo, con inspirazioni brevi: l’aria libera i profumi meno evidenti. Annusare a lungo non aiuta, perché il naso si abitua in pochi secondi.

Prima di cercare i singoli profumi conviene giudicare l’intensità (debole o intensa) e la pulizia: il vino deve essere privo di odori sgradevoli. Poi si cercano le famiglie, dalla più generale alla più precisa: frutta (fresca, matura, secca, in confettura), fiori, erbe e vegetali, spezie, note tostate e di legno, sentori di terra e di minerale.

Per orientarsi aiuta sapere da dove vengono i profumi. Quelli primari vengono dall’uva: sono marcati nei vitigni aromatici come il Moscato. I secondari nascono dalla fermentazione, come il profumo di crosta di pane degli spumanti affinati sui lieviti. I terziari arrivano con l’affinamento e l’invecchiamento: cuoio, tabacco, sottobosco, frutta secca.

Il gusto: morbidezze e durezze

In bocca il vino si tiene qualche secondo e si fa passare su tutta la lingua. La famosa mappa dei sapori, con il dolce in punta e l’amaro in fondo, è un mito: i recettori dei gusti si trovano su tutta la lingua. Quello che cambia sono i tempi con cui le sensazioni arrivano.

Le sensazioni si possono dividere in due gruppi. Le morbidezze rendono il vino rotondo: lo zucchero, l’alcol, che dà una sensazione di calore, e la glicerina. Le durezze lo rendono teso e asciutto: l’acidità, che fa salivare, i tannini, che asciugano gengive e palato, e la sapidità, una sensazione salina.

Un vino è equilibrato quando morbidezze e durezze si compensano e nessuna prevale troppo. Non esiste un equilibrio unico: un rosso giovane e tannico può essere equilibrato se ha anche alcol e corpo per reggerlo, un bianco leggero se la sua acidità non è aggressiva.

Il finale e la persistenza

Dopo aver deglutito o sputato, le sensazioni aromatiche restano: si contano i secondi in cui durano. Questa è la persistenza, e insieme all’intensità e all’equilibrio è uno dei criteri più usati per dire se un vino è di buona fattura. Anche il retrogusto conta: un finale amaro o troppo alcolico pesa sul giudizio.

Alla fine si mettono insieme le osservazioni in un giudizio breve: che vino è, in che momento si trova (giovane, pronto, evoluto, stanco) e con che cosa si potrebbe abbinare. Per l’ultimo passaggio vedi la guida sull’abbinamento cibo-vino.

I difetti da riconoscere

  • Sapore di tappo: odore di cartone bagnato o di cantina umida, che copre la frutta. Lo causa una molecola, il TCA, che può trovarsi nel sughero. Riguarda la singola bottiglia, non il vino.
  • Ossidazione: colore più scuro del previsto e profumi di mela cotta o noce in un vino che dovrebbe essere fresco. Nel Marsala o nel Vin Santo sono note volute: il difetto è quando non c’entrano con lo stile.
  • Riduzione: odori di zolfo, uovo o gomma appena aperta la bottiglia. Spesso si attenuano dopo qualche minuto nel calice.
  • Spunto acetico: odore di aceto o di colla, segno che il vino si sta guastando.

Prova tu

Allena il gusto con quattro bicchieri d’acqua. Nel primo sciogli un cucchiaino di zucchero, nel secondo spremi mezzo limone, nel terzo metti un pizzico di sale, nel quarto versa tè nero lasciato in infusione a lungo. Assaggiali uno per volta: il limone ti fa riconoscere l’acidità (fa salivare), il tè l’effetto dei tannini (asciuga). Poi cerca le stesse sensazioni in un vino.

Confronta due vini insieme. Versa un bianco giovane e un rosso giovane in due calici uguali e fai le tre fasi su entrambi, annotando le differenze. Confrontare è molto più facile che descrivere un vino da solo: è il modo più veloce per costruirsi una memoria dei profumi.

Testo originale della redazione, scritto a scopo di studio e aggiornato a ottobre 2026. Le indicazioni pratiche sono orientative: il gusto personale conta. Hai trovato un errore? Segnalalo.